Fra quattro giorni, è Agosto. Il mondo sta per finire.
Come ogni anno in questo periodo, si consuma in silenzio una battaglia crudele di cui nessuno parla: l’Armagheddon di fine luglio, la guerra poco fredda tra chi continua a macinare mail e riunioni, atermicamente, con la convinzione che l’umanità verrà spazzata via entro la fine del mese prossimo, e chi vorrebbe solo dirgli “Che cazzo vuoi da me, non lo vedi come sto, ci stanno 74 gradi, siamo già morti, abbandonami alla mia dignitosa povertà e fatti curare”. Lascio alla sensibilità di ciascuna l’onere di stabilire chi, tra le due fazioni, militi tra le schiere del Bene e chi del Male. Io ho la mia malcelata idea.
In questo numero, agevolerò una breve guida ai segnali di Apocalisse imminente che dovreste ormai saper riconoscere. E poi un annuncio che mi riguarda, e come d’abitudine un libro, un film e al posto della canzone stavolta c’è una mini-playlist per chi vorrebbe solo sopravvivere a questo mese infinito, neanche più arrivare alle ferie.la sfida è non crepare. Bon courage!
Primo segnale
Le richieste di quelli che si svegliano il 27 luglio e si ricordano che c’è il bilancio da approvare e risorse residue da allocare. Di solito ti fissano, burloni, una call il 30 luglio dicendo “Se non sono stato il primo, voglio almeno essere l’ultimo”. Daje a ride. Pretendono di pianificare ora, nei dettagli, l’attività di novembre mentre tu sei attaccata alla flebo e, non paghi, ti chiedono un’ulteriore riunione di allineamento sui contenuti “prima delle ferie”. Praticamente il 31 luglio bis.
Secondo segnale
Raffiche di cazzari forza 9. Fenomeno spalmato indifferentemente ormai su tutte le stagioni, che però tende a intensificarsi con caldo e umidità. La categoria è ampia e andrebbero specificati i vari sottogruppi. Ma per il momento mi limito a segnalare le sòle con la O aperta, ovvero quelle persone che annullano all’ultimo appuntamenti, riunioni, call, cene. Così, come se, in un momento in cui tutte siamo divorate da Crono come i suoi figli disgraziati e consumate da ciò che facciamo fino all’osso ma con la ritenzione idrica intorno, noialtre il tempo ce lo cagassimo con la Dolce Euchessina.
I cazzari qui descritti sono creature leggendarie difficilmente dimenticabili che non rispettano, non danno valore al tempo della vita altrui. Ho registrato un aumento delle manifestazioni negli ultimi anni, e mi duole constatare che probabilmente l’errore primigenio è stato quello di sottostimare le prime apparizioni, di opporre solo un educato sorriso infastidito invece di segnare dei solchi profondi con la vanga e piantare un bel bastone nel terreno, urlandogli in faccia: “TU NON PUOI PAAASSAAAREEEE”.
Questa scostumatezza va bandita subito, alle iniziali avvisaglie. Perché trattare così il tempo della vita altrui è una prima forma di disconoscimento dell’altro, di tutto ciò che è altro da sé, che esula dallo stretto ambito di ciò che ci riguarda: la nostra famiglia, il nostro clan, il nostro lavoro, il nostro imprescindibile circolo del tennis (sì, fa ride’ una cifra, esistono ancora e non solo in un racconto di Ammaniti. E non fa ride’ il fatto che esistano luoghi dedicati a uno sport, ma l’esclusività bislacca di cui si ammantano). Tutto ciò che è altro da questo viene sublimato, in fondo, in un grandissimo sticazzi. Cioè, praticamente, lo stesso atteggiamento che basta all’essere umano per giustificare una guerra. O ciò che serve per portarla avanti: tutto quello che ostacola o rallenta la causa, si può semplicemente eliminare.
Terzo segnale
Festival letterari. Festival letterari ovunque. È decisamente estate.
Qualche giorno fa su La Stampa è stata pubblicata l’intervista di Simonetta Sciandivasci a Bianca Pitzorno - autrice stupenda senza bisogno di altre presentazioni già trattata in questa newsletter - dove la scrittrice dice senza troppi giri di parole che i libri si spiegano da soli e che detesta presentarli. Ottantaquattro anni, più di settanta opere pubblicate, un pensiero affilato e dritto come un fuso che le permette di dire ciò che molti pensano e nessuno può concedersi di dire ad alta voce in mezzo a un tour promozionale. Ovviamente parlare di libri ha una valenza molto diversa a seconda del contesto, e non necessariamente è un parlarsi addosso. Ho capito, dopo un certe numero di presentazioni, che un libro inizia a vivere quando viene parlato da e con chi lo ha letto, è solo in quello scambio che un libro esiste, è in quello sforzo di comprensione reciproca che comincia a camminare sulle proprie gambe. Ma ho molto apprezzato il fastidio che questa donna si concede, in barba alle critiche. Che poi io lo vorrei conoscere qualcuno con la sicumera di criticare Bianca Pitzorno. Leggete i suoi libri se non lo avete fatto, gustatevi l’intervista e tornate qui.
Visto che siamo in ambito letterario, tra i cazzari annovero anche quelli che si ripresentano dopo anni in cui la vastità del cazzo che gliene è fregato della tua vita è pari solo al bisogno di promuovere ora il loro libro.
Quarto segnale
Tra questi mi pongo anche io, potenzialmente. Perché il quarto segnale di Apocalisse è che ho, dopo lungo ragionare, studiare, cercare segni nel volo degli uccelli, accettato di scrivere un libro che uscirà presumibilmente a novembre. Non è il Grande Romanzo che millanto da anni, perché il Grande Romanzo per antonomasia non deve mai essere pubblicato, al massimo può uscire postumo. Il Grande Romanzo, per essere tale, deve rimanere un’idea. Mentre sei in vita puoi lasciare intuire l’ambizione del progetto in qualche conversazione per darti un tono: “Come procede il tuo lavoro?” “Sto scrivendo.” Generico. Poi ci sono quelli che vanno dritti e ti chiedono: “Stai scrivendo?”. Sono i più pericolosi perché a questa tipologia qua non basta un generico “Sì” come risposta e di solito vogliono sapere: “A che punto sei?”. Ma che domanda è? Guardate che la gente perde la gioia di vivere per molto meno! Durante la scrittura il punto in cui ti ritrovi con più facilità è l’incrocio tra Pentimento Street e Huge Frustrazione Avenue, perlopiù in ritardo, inseguita da un poliziotto buono che è il tuo editor - ma sempre sbirro è - e da uno cattivo che è la tua sindrome dell’impostora. Ecco a che punto sto, va bene? Tenendo a mente questa premessa, qui puoi chiedere ciò che vuoi, mandare incoraggiamenti, lasciare una bustina di magnesio e potassio.
Quinto segnale — o forse no.
“Ne riparliamo a settembre”, pronunciato come fosse un’elargizione, un atto di grazia, tanto in voga in questo governo.
Ecco io vi amo a voi che intonate questa formula un po’ calante, nostalgici e fatalisti come gli ultimi fumatori di sigarette vere. Io vi amo perché settembre è la scusa di chi si permette di considerare la propria vita in pausa. È l’unico territorio sacro rimasto ai procrastinatori e agli stanchi — categoria in cui, va detto, milito con profitto. È il mese in cui puoi rimandare senza sensi di colpa, perché c’è una folta moltitudine che rimanda insieme a te, in un patto collettivo tacito che a marzo nessuno ti concederebbe mai. “Ci sentiamo a settembre” rimane l’unica forma di riposo che la stanchezza cronica ci lascia.
Quindi correggo: non è un segnale di apocalisse. È forse l’unico angolo asciutto e ventilato rimasto in questo elenco.
Ne riparliamo a settembre.
Ti cerco io,
Sarah
MINI- PLAYLIST
Una robetta fresca per l’ultima settimana di luglio. Tocca stare leggere fuori e dentro.
La metto qui questa volta. Basta cliccarci.
UN LIBRO
La società della stanchezza di Byung-Chul Han (Nottetempo, 2020)
Un trattato di cui si è molto parlato, ma a noi che ce frega, se dobbiamo inseguire la performance pure nel tempo libero, siamo arrivate al capolinea della civiltà, come proclamava un altro grande filosofo contemporaneo, Ruggero De Ceglie. Dicevo appunto, un saggio sulla società della prestazione e dell’autosfruttamento, la stessa logica di chi al 27 luglio pretende allineamenti prima delle ferie: il soggetto che si sfrutta da solo e pretende che tutti si sfruttino insieme a lui.
Ma siccome d’estate, bisogna leggere solo cosa e quanto si vuole, questa sessione la rimandiamo a settembre.
UN FILM
Mentre tutto il mondo si precipita a guardare (p)e(r) commentare Odissea di Nolan, io non me la sono sentita di mancare all’appuntamento con Toy Story 5. Stavolta un episodio dove la presenza femminile domina, l’antagonista non è propriamente un giocattolo rivale ma unA tablet, Lilypad, e la protagonista è Jessie, terrorizzata che Bonnie la accantoni come già prima di lei Andy e prima ancora Emily. È un film che tiene insieme temi contemporanei come il dibattito su dispositivi e minori, e altri Old but Gold della saga come la paura di crescere/vedere i propri figli crescere e perdere parti di sé/loro, con la tecnologia a fare da acceleratore feroce di quel timore, l’insicurezza di diventare meno rilevanti nella loro vita e, ultimo non per importanza, le difficoltà nella socializzazione per alcuni dei nostri bambini (mia figlia, in un dato momento che non dirò, teneva le mani giunte in una supplica, tutta proiettata in una preghiera interiore che strabordava all’esterno, affinché Bonnie, la protagonista umana, facesse amicizia con una bambina. Quando si sono riaccese le luci ho cercato il mio cuore tra i sedili). Il quinto capitolo di una saga che da trentuno anni - te li porti da dio, vecchio mio - in fondo non fa che raccontare, sotto mentite spoglie, la paura di dimenticare e essere dimenticati. O forse sono solo io che sto proiettando.
Un’atmosfera generale più malinconica, da un certo punto in poi si piange fino alla fine ma niente panico, è Toy Story: ci si commuove per tenerezza. Meno gag del solito, ritagliate ad hoc soprattutto per i mitici ex protagonisti storici che questa volta fanno da gregari ma come tutti i maschi ogni tanto non riescono a fare a meno di rubare la scena alle femmine. È più forte di loro, ma qui li perdoniamo perché sono Woody e Buzz e vogliamo loro bene come lo zio scoreggione che ci ha fatto tanto ridere da piccole - e infatti è proprio così che vengono rappresentati ogni tanto. Ma fuori dallo schermo, mano a cucchiara alla bocca e nessuna pietà nel farli sentire fuori luogo.
La canzone di Randy Newman “You’ve got a friend in me” del primo episodio rimane insuperabile, ma quella scritta per questo da Taylor Swift merita comunque una menzione e la inserisco nella playlist anche solo perché i bambini che sono scesi spontaneamente a ballarla alla fine del film ce la dicono lunga su cosa funziona o non funziona nella musica e sono stati la perfetta trasposizione dallo schermo alla vita reale di quel loro stato di grazia che dobbiamo proteggere e preservare con tutte le nostre forze.
BONUS TRACK
Personaggio prefe: Sammy. Perché come diceva Stanislavskij: “Non esistono piccole parti, ma solo piccoli attori”.
Segnalazione anche per l’incredibile spalla di Bullseye e per il cameo di Forky.






Grazie perché, come spesso mi succede leggendoti, mi sento meno sola. L'unica diversità è che c'è così tanto "ne riparliamo a settembre" che già mi è cominciara a salire l'ansia che mi cadrà tutto addosso tra la notte del 31 Agosto e del 1 Settembre. Prevedo risvegli notturni tachicardici. Poi non dico che non me l'avevo detto.
E del libro nuovo, devo saperlo così?!??! A settembre ti cambio tutti i movimenti dello spettacolo 🤣🤣❤️🔥❤️🔥❤️🔥(sei il mio orgoglio)